VV.AA.

Per tutti quelli che identificano il Britpop con Oasis e Blur, ecco qui una smentita sotto forma di triplo CD.
Common People. Britpop The Story è un viaggio completo ed esaustivo attraverso la corrente della musica britannica che negli anni 90 è riuscita ad abbinare la leggerezza del pop da classifica con l’attitudine tipica del rock’n’roll.
I nomi in causa comprendono i più rappresentativi del genere: Suede, Pulp, Elastica, Supergrass, The Bluetones, Shed Seven… ma non dimenticano nemmeno quelle band più oscure che non hanno raggiunto i fasti internazionali ma che hanno seminato altrettanto bene del Regno Unito. Sono certo che molti faranno fatica a ricordare i Marion Salad, i Rialto o i Powder ma nella dinamica di questo triplo disco hanno la concreta possibilità di dimostrare un’ influenza pari, se non maggiore, a quella dei colleghi più rinomati.
Molto più della superficie tracciata dalle band di Albarn e Gallagher, infatti, questo Common People (titolo mutuato dal grande successo dei Pulp) riesce a tracciare un grafico che ci porta (anche) al di là delle charts, mettendo in fila uno dietro l’altro, 54 brani in grado di illustrare un’epoca irripetibile.
Il bellissimo artwork del cofanetto comprende note di copertina scritte da Bob Stanley (illustre penna di Melody Maker) che completano un ottimo booklet che fa il verso a Select (indimenticata Bibbia del movimento) il cui numero dell’Aprile 1993, in cui campeggiava lo strillo “Yanks Go Home!”, è considerato come l’ufficiale start-up del Britpop.
Erano gli anni del Grunge e i britannici sapevano benissimo quanto fosse difficile tener testa ad un fenomeno come quello. Al contempo, erano anche consci del fatto che per riuscirci fosse necessario prenderne le distanze caratterizzandosi in modo diametralmente opposto.
Sicchè avvenne una specie di passo indietro funzionale alla riappropriazione di una inconfondibile britannicità che riportasse a galla il gusto per la musica Beat, per lo stile Mod e per la scintillante orecchiabilità dello yè-ye, riuscendo ad imporsi come la maggiore alternativa possibile.
Il triplo CD arriva fino alla naturale fusione con l’elettronica del trip-hop (con pezzi di St.Etienne e Dubstar) e permette, a bocce ferme, una valutazione sensata ad uno dei periodi più interessanti del pop inglese.
Inutile dire che se ci fossero stati anche Oasis e Blur (assenti per ragioni editoriali) l’opera sarebbe stata davvero completa. Ma forse in questo modo si ha maggiore possibilità di valutare il sound di un’epoca che entra ufficialmente tra le più influenti dell’intera storia della musica leggera.
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