Bill Callahan

Da vedere, Bill Callahan è una via di mezzo tra Phil Ochs e David Bowie. Da sentire non c’entra nulla né con l’uno né con l’altro, sia pure lasciando intendere che qualcosa ha imparato da entrambi.
Il suo nome potrà anche dirvi poco difatti, sebbene questo Sometimes I Wish We Were An Eagle sia il suo tredicesimo album, è solo la seconda volta che lo utilizza dopo essersi nascosto per molto tempo dietro al moniker Smog.
La cosa strana è che l’acquisizione dei dati anagrafici sembrava volta a consacrare un cambio di direzione sui territori country folk espressi nel precedente Woke on a Whaleheart ed invece, a sorpresa, in questa occasione c’è un autentico ritorno alle atmosfere tipiche della produzione Smog.
Per una nota di gossip, che in questo periodo fa tanto chic, aggiungo che dietro alla scelta di abbandonare il vecchio alias pare ci sia Joanna Newsom ex compagna con la quale si suppone abbia mantenuto dei buoni rapporti data la presenza della sua arpa nel brano Rococo Zephir. L’atmosfera generale dell’album è pacata, intima e riflessiva, con momenti di lirismo eccellenti e arrangiamenti esili ma molto curati.
Non è, come immaginerete, un disco da tenere in cuffia mentre si fa spinning. E’, piuttosto, qualcosa di splendidamente adatto a certi pomeriggi di fine autunno nei quali ci si ritrova a casa con i termosifoni al massimo cercando di entrare nell’atmosfera natalizia che, in pochi giorni, ci sommergerà di cazzate, volenti o nolenti.
Difatti, sebbene sia uscito in primavera, Sometimes I Wish We Were an Eagle, comincia a suonare con una certa insistenza sul mio giradischi solamente adesso.
Meglio tardi che mai, qualcuno dirà, certo è che mi ci è voluto qualche grado in meno per riuscire ad apprezzare in pieno un disco che offre molto chiedendo davvero poco. Basta pigiare sul tasto Play e lasciarlo scorrere, senza pretendere chissà che. Solo così riuscirà a farsi apprezzare per le doti di semplicità e dolcezza con una quella vena di mestizia che riesce sempre a colpire il lato debole che sta in ognuno di noi.
La voce di Bill è calda come quella del giovane Leonard Cohen sia pure (non so come dire) più distaccata, quasi meccanica. Si muove con precisione ed eleganza sulle trame armoniche e sembra sia stata accordata come si fa col pianoforte. Per bizzarro che possa sembrare, questo è uno dei suoi maggiori pregi.
L’orchestrazione, cesellata ma mai eccessiva, è opera di Van Dyke Parks, e restituisce alle canzoni un’impronta da evergreen senza intaccarle minimamente di boria o ingombranti derivazioni.
Callahan si muove con parsimonia ma con convinzione, aggiungendo, semplicemente, nove bellissime ballate alla storia della musica pop e ignorare sarebbe peccato.
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