December 11, 2009

Johnny Grieco



Sabato ho fatto un giretto al MEI. Una vera toccata e fuga per incontrare un po’ di gente e prendere accordi su alcuni progetti. Sarò rimasto un’ora a dir tanto… poi sono fuggito a gambe levate.
Niente in contrario al MEI, s’intende. Il problema è mio. Mi sento sempre a disagio in situazioni di quel genere, faccio fatica ad ingranare e mi adatto con difficoltà alla situazione.
Ad ogni modo, nel breve periodo di permanenza al MEI sono riuscito a parlare con le persone con cui avevo appuntamento, ho raccolto un po’ di soddisfazioni personali (di cui vi racconterò a tempo debito), ed ho anche incontrato un po’ di gente interessante.
Tra queste, in un fugace scambio di battute, anche Johnny Grieco. Ci eravamo sentiti via mail durante la preparazione di CHyberNation ma non ci eravamo mai incontrati di persona.
Mi ha lasciato il suo disco, Affanno D’artista.
Ad uso e consumo dei più giovani, è giusto ricordare che Grieco non è proprio un esordiente. La sua storia comincia addirittura negli anni 70. La sua band d’origine, i Dirty Action, a discapito di una discografia striminzita, ha lasciato davvero il segno.
Un po’ per proseguire col discorso fatto nei giorni scorsi, riguardo il fermento innovativo degli passati decenni, vale la pena ricordare che Dirty Action hanno sono stati tra i prime movers della scena punk italiana ed hanno prodotto musica libera ed indipendente per alcuni anni, portando la sua eco fino ai gioni nostri quando ancora escono riedizioni, tributi e remissaggi dei loro storici brani.
Il mio personale ricordo della band è legato alla primavera del 1980, quando aprirono per i Damned al cinema Orfeo di Milano. Un concerto mitico. Una furia meravigliosamente inquietante di punk rock. Ho visto il gestore (proprietario?) del cinema in lacrime affrontare il microfono e chiedere per favore di non distruggere le poltrone della sala. Una richiesta arrivata in impietoso ritardo, giacché le poltrone, almeno quelle delle prime cinque file, erano state già distrutte.
Altri tempi. Oggi non succederebbe più. Non perché i ragazzi siano diventati più assennati, quello no, però sicuramente un gestore di una sala, oggi, con i Damned farebbe togliere una decina di file di poltrone.
Ma veniamo ai giorni nostri. Johnny Grieco, come vi dicevo, mi ha consegnato il suo disco. Nei suoi occhi c’era l’entusiasmo di chi ha fatto qualcosa di importante. In due minuti di battute ho capito che per lui provavo una stima sincera, quella che si prova per chi se ne sbatte di tutto e di tutti e procede per la sua strada.
Affanno D’artista è un titolo che omaggia l’opera più famosa di Piero Manzoni (per altro oggetto di una delle tracce dell’album) dove la merda dell’originale viene sostituita con un sentimento di urgenza espressiva davvero efficace.
Grieco porta con sé tutto il suo bagaglio ma lo riflette in maniera sorprendentemente lucida. Un carico di cibernetica e rock’n’roll perfettamente dosati che allontanano da qualsiasi preconcetto portandoci a godere di uno spaccato sonoro dal potenziale molto elevato.
Quattordici canzoni originali, due ottime cover (Ziggy Stardust di Bowie e Rape Me dei Nirvana) più una bonus track, rendono Affanno D’artista un disco importante di quelli che mentre lo ascolti ti sale la rabbia perché pensi che dovrebbe essere questa la musica che trovi nei negozi. Viene il nervoso perché Johnny dovrebbe potersi godere gli allori di questo suo eccellente lavoro, senza doversi sbattere a distribuirlo copia per copia.
Certamente non è un disco adatto alla Hit Parade, ma il suo bacino d’utenza potrebbe essere talmente ampio da permettere al suo autore di prendersi qualche bella soddisfazione. C’è un’elettronica molto ricercata, a tratti scandita da una cassa in quattro, che sarebbe perfetta per i club, se solo i club nostrani avessero sufficiente lungimiranza.
La maggior parte dei testi è scritta e cantata in inglese, e questo potrebbe servire a far girare l’album anche fuori dai nostri confini.
Come ben sappiamo, però, un italiano che esula dal macchiettismo del tricolore non ha molte speranze di farcela all’estero. Nei paesi stranieri gli italiani funzionano solo se cantano le romanze e le melodie col mandolino. Difficilmente ci prendono sul serio quando cerchiamo di adeguarci a linguaggi che non sono propriamente nostri. Ma ciò non toglie che alcune volte dovrebbero quanto meno provarci. E questa è una di quelle volte. Sebbene, davvero, sarebbe già molto importante far girare questo disco qui da noi.
Quindi, riponete gli indugi e procutarevene una copia (richiedendola attraverso il MySpace di Johnny) e poi… passate parola.

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