November 26, 2009

Vic Chesnutt

Skitter on Take Off
Io e Tommy Larkin, il mio batterista, stavamo sul furgone per un tour negli Stati Uniti quando gli ho detto: “Sai, credo che dovremmo produrre il prossimo album di Vic Chesnutt” e lui mi ha detto che stava pensando alla stessa cosa. Entrambi sapevamo che il modo migliore di ascoltare Vic, è Vic stesso, senza molte cose aggiunte.
Niente arrangiamenti sontuosi, niente assoli di chitarra di illustri ospiti, nessun approccio ironico che possa oscurare la sua voce e la sua poesia.

Il suo formidabile modo accompagnarsi alla chitarra era l’unica cosa che ci interessava valorizzare perché crediamo che non ci sia davvero bisogno d’altro.
Io e Tommy abbiamo condiviso il palco con Vic parecchie volte e ci piace molto.
Per questo  siamo davvero orgogliosi di come è venuto Skitter on Take Off  anche per essere riusciti a fare a modo nostro. Ci sono canzoni nuovissime, con poche ore di vita e qualcuna, addirittura, credo sia nata proprio mentre il registratore la riprendeva.
 

Sono parole di Jonathan Richman, vecchia volpe del rock-pop-folk americano, produttore di un disco molto rischioso a causa di due peculiarità davvero ingombranti.
La prima è senza dubbio quella, descritta da Richman stesso, di proporre un disco scarnissimo e ridotto all’osso e l’altra è quella di uscire a pochi mesi di distanza da At The Cut che invece si presentava ricco di musicisti e di costruzione (e che tra l’altro risulta come ultima release ufficiale nel sito di Chesnutt).
Il parere del sottoscritto è che questo bisogno di togliere, così vantato dai produttori, alla fine non giochi del tutto a favore dell’album.
Skitter non risulta solo spoglio ma anche denutrito. E’ un piccolo momento di intimità di Vic con la sua musica, con qualche egregio esempio di buona scrittura ma con anche qualche cedimento di creatività, lasciato cadere nel vuoto più assoluto.
L’idea potrebbe sembrare buona, visto che in generale Chesnutt è riuscito a farsi apprezzare per il gusto della sottrazione, eppure stavolta sembra che abbia sottratto un po’ troppo.
Queste nove canzoni mettono in scena un disco che più che solista è solitario, che suona desolante più che intimista.
Man mano che i pezzi scorrono si capisce che l’intento è proprio quello di mettere in scena il vuoto, il deserto dell’anima, la solitudine e l’angoscia.
Traballando in qualche occasione, tutto viene messo in gioco con devastante onestà.
Non si tratta di un altro capolavoro di Vic Chesnutt, tutt’altro.
Sembra, più semplicemente, un momento di meditazione incauta e fiera, messo a disposizione di chiunque voglia condividerlo.

Skitter on Take-Off non è un disco da ascoltare e basta. O si è disposti a viverlo intensamente, scendendo anche a patti con la sua scarna crudeltà, oppure è meglio lasciare perdere.
Contiene momenti superlativi (Rips in the Fabric) ed altri un po’ meno riusciti (Dick Cheney) per i quali l’autore e l’interprete non sono per nulla secondari al valore dell’opera.
Operazioni di questo genere sono (purtroppo) consentite solo ad artisti già affermati. Se non altro Vic ha avuto il buon gusto di rilasciare Skitter a pochi mesi di distanza da un album molto più interessante come At The Cut.
Avesse avuto anche quello di regalarlo, avrebbe fatto davvero la cosa giusta. Così invece…

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