Il Teatro degli Orrori

Non so se dipenda dal nome del gruppo ma Il Teatro degli Orrori sta facendo discutere moltissimo a causa di un pezzo del nuovo album (l’ottimo A Sangue Freddo) che si intitola Padre Nostro.
La celebre omonima preghiera viene usata come riferimento per imbastire un concetto molto aspro e dichiaratamente politico di denuncia ad una società (la nostra) e ad un Paese (il nostro) alla deriva.
In realtà, A Sangue Freddo si sviluppa come una tragedia vera e propria e mette in scena l’opera e il ricordo di Ken Saro Wiwa (autore attivista nigeriano assassinato nel 1995 dal regime militare).
Il tanto discusso Padre Nostro prende spunto dalla celebre preghiera e si sviluppa come una lucida visione della realtà in cui l’io narrante continua a implorare il Padre affinché lo liberi veramente dal Male. Da tutti i mali.
La chiave di lettura è blasfema solo se così la si vuole intendere.
E’ uno sfogo liberatorio e creativo non troppo dissimile da quello fatto da Fabrizio DeAndrè quarant’anni fa con La Buona Novella, Francesco Guccini nel 1978 con Libera Nos Domine o anche, per venire più ai giorni nostri, Ligabue con Libera Nos a Malo.
Prendere spunto dai recitativi di preghiera non è una cosa nuova e, soprattutto, non può trascendere una lettura metaforica ed impegnata con nulla a che vedere con apologie dissacratorie.
Farevi un’opinione da soli. Questo è il testo della canzone.
PADRE NOSTRO
Padre nostro
che sei nei cieli
tu sia benedetto, venga il tuo regno
sia fatta la tua volontà
come in cielo, così in terra
dacci oggi il nostro pane quotidiano
rimetti a noi i nostri debiti
così come noi li rimettiamo ai debitori
non mi indurre in tentazione
ma liberami dal male
liberami dal male x2
dal male
dal male e dalla malinconia
LIBERAMI
dal malaugurio
dai maldicenti
dagli ipocriti
dagli ignoranti
da questa congerie magari di uomini abbienti e miseri
il prossimo il remoto il passato il futuro
non sono più niente
non soltanto i terremoti
ma le guerre e le ingiustizie
il languore della fame. Come se fosse giusto
come se niente fosse. E i dispersi in mare
e gli innocenti in galera e la fatica
il dolore e ancora la fame
come se niente fosse
come se fosse giusto
non soltanto Dio non governa il mondo
ma neppure io posso farci niente
se non fosse così, sarebbe terribile
non soltanto Dio non governa il mondo
ma neppure io posso farci niente
non è compito mio, ci penserà qualcun’ altro
Padre nostro, che sei nei cieli, venga il tuo regno
sia fatta la tua volontà
come in cielo, così in terra
la fuoriserie ed il guard rail
abbreviano l’attesa in un baleno
mi ricordano la vita finisce per tutti
per i belli e per i brutti
non c’è niente da fare. Se soltanto le pietre
potessero parlare: griderebbero vendetta
padre nostro. non perdonarli mai
sapevano e sanno benissimo
quello che fanno: dicono sia legale
non soltanto Dio non governa il mondo
ma neppure io posso farci niente
se non fosse così, sarebbe terribile
non soltanto Dio non governa il mondo
ma neppure io posso farci niente
non è compito mio, ci penserà qualcun’ altro
-ad infinitum-
Se vi ha incuriosito, adesso fate il passo successivo e provate ad ascoltare la canzone e l’album intero. Rimarrete folgorati dalla maturazione della band.
Se già il precedente lavoro aveva dimostrato che Capovilla e soci sono tra le realtà più interessanti del panorama attuale e sicuramente con questo album non solo arivano le conferme ma si gettano delle fondamenta importantissime per la costruzione di una carriera che porterà frutti sempre più succosi.
I brani sono devastanti nella loro corposità e se l’opening Io Ti Aspetto si dipana su territori da ballad incrostata di rumori e ruggine in cui viene messa in scena l’ansia di un padre che aspetta il rientro della propria figlia mentre l’orologio suona le quattro del mattino, non mancano i momenti in cui l’acceleratore viene spinto con rabbia e vigore.
Due è la classica canzone su un amore che finisce. La visione femminile ne amplifica l’effetto devastante e il testo, semplicemente reale, fa tutto il resto.
È colpa mia ha un impatto inimmaginabile, con una carica potentissima che prende immediatamente al primo ascolto. Azzardo a definirla facile; è concepita come una canzone con inciso e ritornello. Molto buona.
Il finale, come ci si può aspettare, è affidato ad un pezzone da 90 così come era accaduto nell’album precedente. Stavolta si intitola Die Zeit e ricorda certi episodi estremi dei Velvet Underground. Quelle ballate noise al limite del teatro macabro (The Gift, Heroin…) che qui rivivono con chitarre taglienti come bisturi e parole amare e disilluse.
Con la band, in questo giro, una pletora di ospiti davvero interessante: Jacopo Battaglia, batterista degli ZU, (Die Zeit e Padre Nostro), Giovanni Ferliga degli AUCAN (chitarra in La Vita è Breve), Richard Tiso (basso in Die Zeit), Robert Tiso (cristallofono in Die Zeit e Io ti Aspetto) e Bob “Bloody Beetroots” Rifo che ha messo le mani nella produzione di parecchi brani (quelli con indirizzo più elettronico, per capirci).
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