Julian Casablancas

Oh, dunque, The Strokes si sono sciolti.
Beh, sebbene la band non abbia mai rilasciato dichiarazioni ufficiali in questo senso, direi che l’album solista di Julian Casablancas mette una pulce nell’orecchio molto di più di quanto non sia riuscito a fare Hammond Jr. coi suoi due album.
Sì perché c’è poco da fare, per quanto il buon Albert abbia contribuito molto più di quanto si creda, The Strokes si identificano molto di più con Casablancas.
Vuoi perché la maggior parte delle canzoni della band è opera sua e vuoi soprattutto per la caratteristica vocalità di cui è proprietario.
Il fatto che Phrazes For The Young si discosti così tanto dalla sonorità cui ci ha abituato la band, però, lascia in sospeso i fans che ancora si augurano che prima o poi il quintetto si ricomponga.
In effetti l’album solista di Casablancas può anche spiazzare. E’ pieno di suoni sintetici, con tastiere (anche estreme come piccole portatili Casio) e batterie elettroniche che sorreggono le frasi di chitarra del Nostro assieme alla sua voce.
Il lavoro somiglia molto a quello che si fa coi provini domestici nel tentativo di dare alle canzoni quell’assetto provvisorio, ma completo di arrangiamento, che permetta al resto della band e/o ai produttori di capire quale sia la direzione da prendere.
E non escludo che Phrazes sia nato proprio così e che poi sia piaciuto talmente al suo autore da convincerlo a dargli una sistematina al trucco e licenziarlo.
E un po’ lo capisco, e per due motivi: il primo è che effettivamente le canzoni sono molto carine anche in questa veste così anomala e il secondo è che ho trovato piacevole il modo in cui Julian, che di The Strokes è lincarnazione stessa, abbia cercato una strada così estrema per lasciare in qualche modo intatta la struttura della band.
E la strada di Phrazes For The Young è sinceramente l’unica che mi sento di approvare.
Sia pure ammettendo che qualche pezzo non finirà negli annali della storia, in generale il disco si svolge con una leggerezza ed una precisione che soddisfano già dal primo ascolto.
Il primo singolo (11th Dimension) è piuttosto esplicativo dell’intero lavoro e se l’avete sentito vi siete fatti un’idea piuttosto chiara di quello che è tutto l’album.
E’ musica pop fuori contesto, canzonette da spiaggia suonate sui cucuzzoli innevati. Entra in testa istantaneamente, ci rimane per un po’ e poi, con altrettanta agilità, se ne esce senza chiedere in cambio nulla.
A metà album Julian piscia un po’ fuori dal vaso e se i deliri in stile Brian May del blues di 4 Chords Of The Apocalypse vengono perdonati nella speranza di intravederci qualche barlume di ironia, la pesantezza di Ludlow St. non concede tregua e il pulsante next si schiaccia praticamente da solo.
Tutto il resto va bene, scorre innocuo e leggero, senza infamia e senza lode.
Che forse può sembrare un po’ pochino ma, coi tempi che corrono, direi che invece è parecchio.
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