Built To Spill

Cult band di raro prestigio, Built to Spill mettono ufficialmente a tacere le strane voci sul loro scioglimento propagatesi con una bizzarra insistenza.
In realtà il moniker appartiene a Dough Martsch e c’è da supporre che fintanto che produrrà musica, continueranno ad esistere anche i Built To Spill.
Se There is no Enemy da un lato esibisce il collaudato mondo musicale della band, dall’altro tradisce uno generale bisogno di smussare certi spigoli giovanili(sti) per un universo più adulto e maturo.
L’irrisolta equivocità emotiva tipica delle vecchie canzoni di BtS è sostituita da un’eleganza stilistica più (diciamo) uniformata ai modelli del classico rock americano che, senza essere particolarmente rinunciataria, strizza l’occhio alle classifiche cercando di avvicinare il maggior numero di utenti possibili.
Se Good Ol’ Boredom si presenta come una cavalcata che rispolvera il south-rock dei Poco, Hindsiht mette in scena quel country-rock rassicurante e vagamente paraculo che permetterà alla band di allargare il bacino d’utenza con un certo agio.
Martsch ha investito moltissimo in questo album, come se l’obiettivo da raggiungere fosse proprio quello di uscire dal culto per diventare un classico.
La strada è quella giusta e le mosse tutte perfettamente incasellate.
Con giorni e notti passati in studio a trovare il suono giusto da attribuire ad ogni singola traccia (per scoprire spesso che la resa migliore lo dava proprio quello nudo-e-crudo dell’ampli) Martsch è giunto alla scelta, in controtendenza, di eliminare il missaggio digitale in favore di un’attitudine che fosse più umana possibile. Con ritmi di lavoro che hanno letteralmente sconvolto i fonici, il risultato è proprio quello che ogni fan dei Built to Spill stava aspettando.
Tra gli ospiti, segnalo in particolare Sam Coomes (dei Quasi) all’organo, John MacMahon, violoncellista che già aveva contribuito nei precedenti, l’amico Scott Schmaljohn dei vecchi Treepeople (nei quali militava anche il Martsch) e il grande Paul Leary dei Butthole Sufers.
Si tratta di un disco molto eterogeneo ma compatto, con ballate indie-rock di grande forza espressiva, che si alternano a brani più intensamente granitici che sembrano rincorrersi fino a quando, nella conclusiva Tomorrow, si congiungono per un lungo (quasi otto minuti) momento di passione e potenza.
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