Wild Beasts

La voce di Hayden Thorpe, cantante principale dei Wild Beasts, è molto peculiare.
Il suo yodel, una volta tanto, non deriva da Jeff Buckley e non rimanda nemmeno a Thom E.Yorke.
La sua è più che altro una straordinaria capacità di utilizzare il falsetto che forse riporta a certe vocalità degli anni 70 ma che principalmente si manifesta come qualcosa di piacevolmente singolare.
A spegnere l’effetto stucchevole che una tale tipicità potrebbe rivelare, arriva in varie occasioni la voce del bassista (Tom Fleming) a controbilanciare l’ostentazione virtuosa.
Two Dancers è il loro secondo album e la critica lo ha accolto con grande clamore dopo l’exploit dell’esordio Limbo Panto.
Per come la vedo io, potrebbero essere definiti “la risposta britannica ad Arcade Fire”.
Pur senza la ricercatezza dei colleghi canadesi (dai quali si differenziano parecchio, sia ben chiaro) gli inglesi hanno probabilmente gli stessi amori adolescenziali.
Certe linee di basso di Tom Fleming tradiscono lo stesso amore sviscerato di Win Butler per certi dischi di U2 e l’ampollosa ridondanza degli arrangiamenti, in generale, conduce ad una passione per il glam e il progressive che le due band evidentemente condividono.
Ci sono molti anni 80, questo è sicuro, ma c’è anche molto sincero impegno nel cercare di percorrere una strada che non si imbatta negli effetti nostalgici della New Wave d’antan.
In certe tracce si percepisce un retrogusto soul, tipicamente british, molto chiaro seppur poco invadente e certe digressioni in terreni lisergici che fanno di Two Dancers un album in grado di soddisfare palati di vario tipo.
Ci sono i singoloni da classifica (Hooting & Bowling e All the King’s Men) ma non mancano nemmeno i riferimenti alla gloriosa stagione della psichedelica inglese (When I’m Sleepy) o alla riflessiva e matura consapevolezza stilistica messa in mostra tanto nei due movimenti della title track quanto nell’eccellente epilogo Empty Nest.
Two Dancers si configura come il classico disco di transizione atto a buttare furoi, a meno di un anno dal precedente, tutto il materiale rimasto in sospeso.
Se sono chiari alcuni rimandi al synth-pop in senso molto ampio (dai Roxy Music agli Orange Juice), rimane innegabile la capacità della band di esentare il fascino della riproposta per giungere a un percorso personale che sembra avere imboccato una direzione talmente giusta da farci ben sperare anche nei capitoli a venire.
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