November 13, 2009

Kings of Convenience

Declaration of Dependence

Dopo l’exploit piuttosto inaspettato di Riot on Empty Street ci si era immaginato Kings of Convenience tra i fasti dello stardom a stappare champagne per festeggiare dischi d’oro e di platino.
E invece cinque anni più tardi, con tutta calma, Erlend Øye e Eirik Glambek Bøe producono un album che già dal titolo (Declaration of Dependence) si prefigge il compito di rimanere in casa, senza abbasare troppo il profilo ma nemmeno elevandolo a finta nobiltà o culturalità tarocca.
Kings of Convenience stanno talmente bene nel loro pop chitarracustico, tra Simon & GarfunkelLeonard Cohen, che il disco nuovo non fa nemmeno un piccolo tentativo per spostare le coordinate in direzioni un po’ diverse da quelle già percorse. […]
Dal momento che le due carriere separate hanno la possibilità di portarli a giocare e a sperimentare con altri linguaggi (vedi ad esempio i Whitest Boy Alive, side project di Øye), una volta tornati a casa, non hanno desiderato niente di più rassicurante di quel vecchio divano e quell’odore piacevolmente rincuorante che offrono le mura domestiche.
Eirik ha preso la chitarra e Erlend ha cominciato a fischiettare qualche motivetto. Le parole scorrevano fluide e consapevoli, mentre il corpo e il cuore si riscaldavano con qualche sorso di acquavite.
Come a dire che non ci sono grandi sorprese ma che Declaration of Dependence non sembra nato per offrirne.
Le canzoni sono tutte talmente gradevoli che non è affatto possibile tentare di accanirsi su un disco così onesto. Semplicemente lo si mette a suonare e lui… suona.
Ci sono rimandi al soul acustico di Bill Withers (Scars On Land) e qualche inevitabile allusione al folk britannico (Renegade) ma in generale si tratta di puro succo di Kings of Convenience.
Il singolo Mrs Cold, riprende un po’ i fasti della vecchia Misread mentre Boat Behind (probabilmente il prossimo singolo in promozione) adagia una figura di violino un po’ mediorientale sulle due chitarre acustiche arpeggiate ritmicamente.
Dolce e gradevole anche la melodia di Rule My World che assieme a Peacetime Resistance rappresenta il lato più sbarazzino del lavoro che, sia pure minimale ed essenziale (non ci sono strumenti ritmici, ad esclusione di qualche soffuso basso acustico), ha un potenziale pop mica da ridere.
Gli altri pezzi suonano in generale più melanconici e i due KoC riescono ad interpretarli con una poesia suadente e disarmante.
A qualche spruzzatina di bossanova ed alle reminescenze delle lezioni di chitarra classica, si uniscono le tipiche armonie vocali a due voci che riportato in auge un genere tipicamente legato agli anni 70.
Forti dello slogan storico, Quiet Is The New Loud, Kings of Convenience consegnano un disco decisamente poco urlato dove tutto viene espresso con il rigore e la potenza che abbiamo imparato a riconoscere ai due.
Declaration of Dependence è l’esempio lampante di quanto il talento e la passione bastino ed avanzino per realizzare piccoli gioielli sonori come questo.
Senza effetti speciali.

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