David Gray
Non è nemmeno che venga da pensare “Mamma mia che brutto disco!”, quello no.
Però suppongo che a tutti succeda di usare copiosamente il tasto next, nella speranza che netx ci faccia saltare sulla sedia.
Draw The Line è un disco incolore. Anzi no: è monocromatico, che forse è pure peggio.
Questa volta, e forse per la prima volta, David Gray mostra i limiti della sua canzone. Se gli anni di gavetta gli hanno permesso di arrivare a concepire un pezzo di storia come White Ladder, è altrettanto vero che proprio quel disco va considerato come il suo punto morto superiore.
E infatti, se i due seguenti, A New Day At Midnight e Life in Slow Motion, si configurano come i suoi due perfetti seguiti, maturi, eleganti e classici, stavolta cominciano a sentirsi tutti tipici limiti di chi ha troppa fiducia in se stesso.
Gray è bravo, ed è successa la cosa più pericolosa che possa succedere a quelli bravi: crederci troppo.
Le canzoni di Draw The Line sono tutte a livello di decenza, ma non ce n’è una che eccella in nessun senso.
I testi, sempre perfettamente scritti, sono minuziosi.
Quello di Fugitive (il primo singolo, nonché opening act dell’album) è stato ispirtato dalla celebre immagine di Saddam Hussein che riaffiora dal suo nascondiglio segreto. Un tema curioso, sviluppato in maniera troppo prevedibile.
Lo ascoltate e mentre il pezzo scorre, potete giocarvi lo stipendio che riuscirete ad indovinare quale sarà la nota seguente e la prossima parola del testo.
Il disco inaugura l’ingresso di David Gray nella scuderia Universal ed anziché approfittarne per fare un po’ di piazza pulita, provando a trovare soluzioni nuove, l’autore s’incarognisce su pop-rock poco stimolante che, non fosse per la discografia e la storia, sembrerebbe senza arte né parte. Un effetto amplificato da una timbrica vocale connotata e personale che assieme al resto rende il lavoro difficile da portare a termine.
Non aiutano nemmeno i camei di Jolie Holland (su Kathleen) e Annie Lennox (su Full Steam) che rimangono schiacciate dalla debordante stanchezza della composizione.
Un vero peccato.
David Gray
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