October 16, 2009

Vic Chesnutt

At the Cut

Se aprite in questi giorni la pagina principale del sito di Vic Chesnutt, trovate in primo piano un video.
Non esattamente un clip promozionale, riprende Vic con la band mentre registra Chain, una delle canzoni di At The Cut, suo nuovo album.
Ebbene, Chain ha un potere magico: un brano dalla progressione piuttosto tradizionale, con sequenze armoniche consuete sebbene non scontate, sulle quali si muove la voce del titolare, dolente e malinconica.
Un arrangiamento scarno, la chitarra, il pianoforte, un contrabbasso e le spazzole sulla batteria.
A me è successa una cosa strana: sono rimasto su quel sito per circa un’ora e appena la canzone terminava, facevo ripartire il video dall’inizio.
Non riuscivo a staccarmene, era bellissima.
Pur rendendomi conto che in realtà ad affascinarmi era più l’interpretazione che il pezzo in sé, non avevo scampo: finiva e la facevo ricominciare.
Quando poi finalmente ho avuto a disposizione l’album, di cosa strana ne è successa un’altra.
Vedevo la scaletta e leggevo che Chain era la traccia 4.Troppo lontana: ho messo a girare il CD avanzando fino a 4.
Volevo godere subito di quel pezzo dalle casse dell’impianto di casa, anziché da quelle sfigatine del PC.
Ho fatto un paio di repeat perché, anche in questo modo, un solo ascolto non mi bastava e poi, preso dalla curiosità, mi sono deciso di affrontare l’album per intero, sperando di non rimanere deluso, temendo, in qualche modo, che Chain fosse un’isola, che rappresentasse l’apice del disco.
Per capire che mi sbagliavo è bastato il primo pezzo, Coward.
Stesso impianto, con in più un’imbastitura di archi, sul quale giganteggia Vic, in primo piano. Lui suona la chitarra acustica, ma la tiene ai margini. Se ne serve per accompagnare flebilmente la sua voce, lasciando che ad arrotondare siano i ragazzi della band.
Che per inciso non sono proprio i primi venuti. Alla chitarra c’è Guy Picciotto (Fugazi) anche produttore dell’album, alla batteria c’è Bruce Cawdon e al basso Thierry Amar (entrambi dei Godspeed You! Black Emperor, dei quali altri membri partecipano massicciamente alle registrazioni).
Ci vuole poco a capire che tutte e dieci le canzoni della scaletta hanno la medesima qualità. Ci vuole poco a capire che At The Cut sarà uno di quegli album che si fa fatica a togliere dal giradischi.
Rock malinconico e asciutto, contrabbasso jazzato ma non jazz. Sculture armoniche che somigliano in certe parti ai primi R.E.M., ma come se arrivasse dell’acqua fresca a smorzarne il fuoco rock’n’roll.
Se avete amato il precedente North Star Deserter, sappiate che in At The Cut siamo da quelle stesse parti, senza che ne sia una banale riproposizione.
Vi piacerà anche questo e forse vi sembrerà anche un po’ migliore poiché Chesnutt riesce, a 45 anni, a mescolare la freschezza di un ragazzino alla maturità dell’esperienza artistica acquisita.
Le sue canzoni rimangono nel cuore e si imparano a memoria velocemente, come succede con gli hit da classifica.
A volte la sua voce ricorda quella di un giovane Elvis Costello, forse un po’ meno preciso ma, proprio per questo, molto più umano.
Vic Chesnutt porta a compimento un altro disco memorabile, di quelli di cui sentiremo parlare a lungo, che lo introduce di diritto nell’elenco dei grandi del rock.

Vic Chesnutt

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