Edda

13 anni dividono Stefano “Edda” Rampoldi da noi.
L’ultima volta che l’avevamo visto ed ascoltato era il cantante dei Ritmo Tribale e portava in giro le canzoni di Psychorsonica, l’ultimo album in cui la band ha goduto della sua voce pazzesca.
Poi sono arrivati i problemi personali attorno ai quali si sono scatenate le congetture più banali: chi diceva guai con la droga, chi depressione, altri azzardavano ad un cammino spirituale, ad un isolamento, esaurimento, noia, bisogno di cambiare, ricerca… A noi non importa, non ci interessa sapere cosa lo abbia tenuto così a lungo lontano, non può interessarci se adesso è qui e, soprattutto, se il suo ritorno è suggellato da un disco bellissimo come Semper Biot.
E poi, comunque, i dubbi e le domande trovano qui dentro tutte le risposte.
Ascoltare l’album a volte è anche un po’ imbarazzante. Sembra di entrare nella vita di Edda, a casa sua. È come aprire un diario personale e trovarci cose intensamente intime e private. Viene spesso voglia di chiuderlo e scappare se non fosse per l’intensità e l’onestà con cui le parole scorrono e ci tengono incollati a pensieri e parole pronunciate da chi ha l’esigenza raccontare. Per uscir(n)e.
Quindi ascoltiamo.
La sua voce è ancora quella di allora, anzi, si riconosce ma… sopra a queste ballate, agre e difficili, risulta ancora più massacrante e dolorosa.
All’epoca della band, Edda sembrava un Axl Rose de-noantri. La sua potenza vocale e i suoi impeccabili sovracuti erano all’avanguardia. Poi (dico: POI) vennero Jeff Buckley e Giuliano Sangiorgi. Non commettete l’errore di andare con la mente a loro, perché questo è Edda.
Il disco scorre guidato proprio dalla sua voce. Serve qualche minuto per cominciare a rendersi conto della potenza di questo lavoro. Prima siamo spiazzati e poi a un certo punto siamo presi al cuore, mentre Edda intona un pezzo di bellezza rara (L’innamorato) in cui parla d’amore e del dolore che esso talvolta porta.
Ho deciso di morire, ho deciso a parole. Prende strade laterali, la ricetta del dolore… Prova a metterti nei miei panni, che sono Stefano l’incoronato. A pezzi, rovinami se non mi vuoi. Resti in gioco almeno tu, se non nel cuore, nell’anima. A fette cucinami se non mi vuoi. Non c’è rimedio.
Attorno ci sono molti strumenti, quasi tutti acustici, dosati con una minuzia perfetta. Tutto sta al posto giusto, lasciando che le parole di Edda risaltino su tutto. Molti musicisti che si sono avvicendati nelle sessions (Mauro Pagani, Achille Succi, Alberto Fabris, Mauro Ottolini…) tra cui due fondamentali per questa rinascita: Walter Somà, che ha collaborato anche alla stesura delle composizioni e Andrea Rabuffetti, polistrumentista che accompagna Edda anche dal vivo.
Un disco così difficile, solitamente fa fatica ad entrare e Rampoldi riesce nel compito di renderlo interessante e scorrevole. Davvero viene voglia di ascoltarlo, di cantarlo con lui come fosse un Battisti qualsiasi.
Mi accorgo che non è facile trasmettere in una recensione tutto quello che il disco rappresenta perché è esso stesso una vera e propria rappresentazione, che si racconta e si sbroglia in un marasma di dannazioni e invocazioni. Di Satana e Dio, musica e parole, suono e poesia. Senza patetismi o ricerche di chissà che cosa…
C’è solo un modo per farvi capire quanto sia bello: chiedervi di prendervi quaranta minuti per ascoltarlo.
Edda
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