October 16, 2009

Califone

All My Friends Are Funeral Singers

All My Friends are Funeral Singers
non è un disco perfetto. E’ solo un altro disco dei Califone. Questa è la sua forza.
Punto.
Sì, perché Califone hanno creato un mondo a parte che, nonostante i continui tentativi da parte della critica di categorizzarli nelle liste del post-rock (probabilmente a causa della città di provenienza -Chicago- e di certe sonorità in comune coi concittadini Tortoise), genera una musica circoscritta e personale. Quasi una forma artistica di metterci faccia.
Questo è il loro decimo album e ripropone semplicemente un metodo di scrittura consueto e riconoscibile, indiscutibilmente di proprietà.
Un lavoro che, come sempre, tiene allenata la nostra capacità di riconoscere all’istante qualcosa di veramente speciale.
Tim Rutili e i suoi ragazzi hanno guadagnato un posto di rilievo nel panorama della musica giovanile e se lo tengono stretto.
La loro forza è quella di scoprire i lati più insospettabili del rock, i più maldestramente rimasti ai margini a causa della estrema innovazione, portandoli in un mondo nuovo sceneggiato personalmente.
Il dibattito sulla categoria adatta a definire Califone si infittisce. Dirò la mia e, più che al post-rock ed ai colleghi della scena di Chicago, a me vengono in mente gruppi della New Wave inglese come Bark Psycosis, This Heat e Throbbing Gristle. Non tanto per il suono quanto per l’attitudine artistica. Si tratta di band di grande espressività che guarda(va)no alla musica semplicemente come la pura forma d’arte che dovrebbe essere.
Rutili, in questo giro compie un passo in più ed ha abbinato al disco un lungometraggio (da lui stesso diretto) che la band insonorizzerà dal vivo nel corso del prossimo tour. Musica ed immagini, certo non una grande innovazione ma stavolta è davvero straniante il modo in cui le immagini si associno a canzoni che sembrano davvero nate in maniera indipendente.
All My Friends are Funeral Singers si presenta principalmente come una raccolta di canzoni generate da suoni e rumori steampunk e futuristi dove i Tempi Moderni di Chaplin si incastrano coi Joystick della Palystation passando per blues rurale di Patton e Leadbetter e il banjo dinoccolato di Pete Seeger. Un inferno. Magnifico.
Califone non hanno mai scritto canzoni adatte al sing-alone e questo nuovo disco non fa eccezione.La voce straziante di Rutili, come sempre, si insinua nel pentagramma scritto sulla carta vetrata, con parti per violino e chitarra, altre per barattoli e stoviglie e uno strato di elettronica soffocante che riempie gli interstizi.
Ciò nonostante le 14 tracce dell’album sono intrise di elementi noti, di suoni riconoscibili. C’è il blues, il country, qualche traccia di jazz.Better Angels è incredibile: sembra un pezzo uscito da Four Way Street di CSN&Y. Subito prima suonava un brano (7, 14 or 21 Knots) che non sarebbe sfigurato su Rain Dogs di Tom Waits.
Il mondo gira ed è pieno di suoni e di musica. Califone se ne approfittano e pescano a man bassa. In Buñuel (un brano evidentemente dedicato al maestro del cinema spagnolo), suonano come i Cake della prima ora, in Giving Away the Bride, invece, decostruiscono radicalmente ogni riferimento al rock e lasciano che ogni pulviscolo di musica leggera strisci al loro cospetto chiedendo inutilmente di essere ammesso alla festa, 1928 ha un ché di John Zorn e Evidence mette in chiaro l’influenza che Rutili & Co. Hanno avuto sulle band di ultima generazione (Arcade Fire, Grizzly Bear, Animal Collective…).
Chi conosce la band starà pensando che l’incipit della recensione fosse davvero azzeccato. E’ solo un altro disco dei Califone.
Chi non li conosce, deve essere avvertito: il solito disco dei Califone, in genere è un grande disco.

Califone

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