October 16, 2009

The Black Heart Procession

Six

Con Six, The Black Heart Procession tornano ai titoli numerici che caratterizzarono i loro primi tre album senza che questo porti con sé significati nostalgici.
Al contrario, il processo artistico di Jenkins e Nathaniel sembra proseguire su una formula che, sia pure definita e riconoscibile, cresce e matura.
Sebbene le registrazioni siano iniziate appena terminato il tour promozionale del precedente The Spell e che dall’uscita di quell’abum siano passati tre anni, l’evoluzione dei Black Heart Procession risulta evidente fin dal primo minuto in cui il nuovo disco gira.
Sia pure senza snaturare l’essenza della band e dei suoi metodi, Six si configura come un album disacerbo e consapevole che si allontana con naturalezza e precisione dalle severità delle opere giovanili, presentando l’essenza di una carriera fatta di passione e costanza.
Si tratta di un lavoro denso di canzoni oscure, di valzer malinconici e di ballate tetre. Un album imbronciato, gotico e vibrante dove temi esistenziali si snodano su trame sospese tra le chitarre distorte e il pianoforti da nightclub.
Tra demonio e santità, sebbene la presenza del primo sia prominente, Six si fa strada nell’anima dell’ascoltatore imponendosi con ardore iconoclasta mentre la dolcezza apparente che l’avvolge, pian piano si trasforma in ansia con un coinvolgimento auditivo che riesce a portarci altrove.
Scendono lacrime e poi spuntano sorrisi in una malinconia devastante.
Le canzoni scorrono su un tapis-roulant e noi, imbambolati, guardiamo passare i frammenti della nostra vita mescolati alle foto delle persone che amiamo o che abbiamo amato.
La rugiada che si forma sulle foglie nei mattini autunnali, si asciuga col calore dei sole che ogni tanto affiora tra le note di questi brani.
I temi importanti e talvolta ingombranti, non concedono nulla all’ironia e la band la tiene alla giusta distanza, anche correndo il rischio di apparire accigliati e seriosi.
Certo, Nick Cave avrebbe saputo metterci anche un piglio sarcastico, ma questa non è la cifra dei BHP e scelgono la via più facile per risultare credibili.
Alcune canzoni si presentano come istant-classic e la forza di Witching Stone, Rats, Forget My Heart e, soprattutto, Suicide si insinuano sottopelle procurando sensazioni contrapposte tra lo straniante e il coinvolgente.
Ritornelli orecchiabili e melodie accattivanti su un tessuto malato e mesto, rendono Six un disco splendido, di quelli ai quali risulta facile affezionarsi per la commovente malìa che si impone fin da subito ma che ammalia un sempre po’ di più ogni volta che lo si riascolta.
Una caratteristica che appartiene solo ai grandi album.

The Black Heart Procession

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