Yoko Ono Plastic Ono Band

Certo, riesumare il moniker Plastic Ono Band, nato nei primi anni del sodalizio di Yoko Ono con John Lennon, è piuttosto rischioso.
Sono certo che Ono stessa lo sa. E lo sapeva benissimo anche quando ha deciso di attribuire alla band Between my Head and the Sky, il suo nuovo album.
Principalmente perché una larga fetta dei fans di Lennon non hanno mai avuto un occhio di riguardo per la sua vedova e poi per un certo pregiudizio che vorrebbe gli artisti un po’ maturi, poco propensi all’innovazione e alle novità.
Bene, se da queste parti dobbiamo vergognarci di far parte della seconda categoria, sicuramente possiamo vantarci di non aver mai aderito alla prima.
Sono sempre stato dalla parte di Yoko, e non ve lo sto a spiegare un’altra volta. Metto a suonare il suo nuovo disco e mi vergogno (ancora!) per aver anche solo pensato qualcosa tipo: ma sta vecchia babbiona cosa avrà ancora da dire?
Ebbene, Yoko Ono ha ancora un sacco di cose da dire. E’ un’artista, principalmente, e quando si occupa di musica, il suo orecchio punta all’arte. Non alle classifiche, non al consenso stretto del pubblico.
Sean, il figlio suo e di John, è della partita e Between my Head and the Sky si presenta come un album di grande forza, in cui la 76enne riesce a prendersi la soddisfazione di produrre qualcosa di coraggioso e modernissimo.
L’album è molto affascinante, un condensato vario e multicolore di stili ed intuizioni, con sviluppo di temi impegnati, mescolati al bisogno di sentirsi parte sia del presente che del futuro.
Oltre a Yoko e Sean, la band comprende anche il DJ Cornelius, l’immancabile Yuka Honda (delle Cibo Matto), Erik Friedlander, Shahzad Ismaily, Michael Leonhart, Daniel Carter e molti altri.
Personaggi che arrivano da aree artistiche davvero disparate, che connotano l’album come un lavoro molto eterogeneo.
L’atmosfera cambia registro spesso e Ono riesce a passare dai temi intimi a quelli sociali con una disinvoltura che lascia di stucco. L’amore, l’eredità, la vita e l’attesa della morte, più vicina di quanto si vorrebbe.
Aggressiva ed estrema, diventa serafica ed angelica l’istante successivo.
Oltre a The Sun is Down, singolo uscito in anticipo sull’album e qui riproposto fedelmente nel suo delirio social-dance, a spiccare sono brani come la psichedelica Calling, la pesante title track e l’ottima Feel The Sand.
E’ un album, se volete, strano al quale è difficile abbandonarsi immediatamente a causa di una sorta di soggezione che può prenderci al cospetto di qualcosa di così potentemente puro.
Ascoltandolo, però, si riesce ad entrare in un mondo sottilmente familiare.
Arrivati in fondo, l’impressione è quella di un’artista che non riesce a risparmiarsi e che mette ogni cellula del suo corpo al servizio delle sue opere, dischi inclusi.
Yoko Ono sa essere divertentissima e tragica nel fugace intervallo di pochi secondi, costringendoci a condividere ogni momento come un’inevitabile sorpresa.
E parlando di sorprese, in un momento così denso di ritorni, remaster e reunion, il ritrovamento della Plastic Ono Band si configura come una delle più interessanti di questo decennio.
Yoko Ono
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