September 25, 2009

David Sylvian



No, non è un disco facile.
Non sarebbe nemmeno un capolavoro se dovessimo giudicarlo come un disco qualsiasi.
Epperò Manafon, ultimo lavoro di David Sylvian, un disco qualsiasi non lo è.
Sylvian riprende il percorso musicale iniziato nel 2003 con Blemish ed interrotto per l’estemporanea esperienza coi Nine Horses (attesi a breve con un nuovo lavoro) e lo fa rimettendo in discussione tutta la sua esperienza di compositore e ricercatore.
Chiama attorno a sé alcuni personaggi dell’avanguardia mondiale ed assembla le esplorazioni emotive generate dal qui e ora con il corpo, il cuore e le mente liberi di muoversi autonomamente.
Il risultato è un album di suoni minimali ed improvvisati, sui quali divaga la voce pura (ripresa senza effetti né accorgimenti) mentre racconta di perdita della Fede, mediocrità del genere umano, tributi alla poesia di Emily Dickinson e R.S. Thomas.
Lo svolgimento armonico delle parti cantate è più vicino ai recitativi che alle romanze e mancano totalmente i classici stilemi della musica pop. Quest’ultimo è un ambito che a Sylvian è sempre andato stretto e quando è stato il pop a raggiungere lui, ha cercato di darsela a gambe, lasciandolo al palo per avventurarsi in qualche selva oscura molto più intrigante.
lo fece nel 1982, sciogliendo i Japan sulla cresta dell’onda, lo fece qualche anno dopo quando la sua carriera solista sembrava consolidata e spesso gratificata dai fasti delle  classifiche e lo rifece nel 2003, liberandosi della Virgin (che gli imponeva un metodo lavorativo troppo limitante) inaugurando una sua etichetta discografica (Samadhisound) attraverso la quale permettersi espressioni più consone alle sue pulsioni.
Dunque chi conosce Blemish sa cosa aspettarsi da Manafon. Gli altri, o più semplicemente tutti coloro che si aspettano Nostalgia o Forbidden Colours, si preparino a qualcosa di estremamente diverso che potrebbe portarli al limite del fastidio.
Improvvisazione, dunque. Lasciare che le cose accadano, come se fosse davvero un piccolo frammento di realtà ad emergere da un momento di assoluta irrealtà. Musica sperimentale, minimale e complessa che si sviluppa su alchimie stratificate svuotate da qualsiasi tipologia di ensemble sebbene siano il frutto di sessioni piuttosto affollate.
I musicisti coinvolti sono molti (più o meno una quindicina) e, a seconda del coinvolgimento nella registrazione, compaiono nell’elenco degli autori del pezzo.
Il titolare divide questa esperienza con gli altri che l’hanno resa possibile, tenendo per sé unicamente la firma come autore dei testi.
Per certi versi questo Sylvian somiglia all’ultimo Lucio Battisti (sebbene Battisti dichiarasse di non lasciare mai nulla all’improvvisazione, tutt’altro), soprattutto per l’urgenza di sovvertire le regole basilari della canzone sperimentando metodi alternativi fino all’eccesso.
Estremo, certo, ma non di meno affascinante.
Di fatto Manafon è un disco importante e non va confuso con qualcosa che non è.
Non ci sono canzoni ma brani. Non ci sono risposte ma domande.
Manafon è un disco che fa moltissime domande e le risposte toccano a noi. Chiede. E lo fa in continuazione, foss’anche solamente quella dose di attenzione necessaria per affrontarlo.
Mentre lo ascoltiamo, siamo assolutamente coinvolti e, proprio come fossimo parte della seduta di registrazione, non possiamo permetterci di distrarci o di andarcene perché, così facendo, il brano potrebbe non funzionare allo stesso modo.
Ci tocca stare lì, a prestare attenzione ad ogni singolo brusìo di Fennesz o soffio nel sassofono di Evan Parker in modo che la nostra attenzione sia totalmente a disposizione dell’opera.
Non è facile né invitante, lo riconosco. Ma se siete disposti a mettervi al suo servizio, Manafon saprà rendervi un’esperienza tra le più appaganti che le vostre orecchie abbiano mai affrontato.

David Sylvian

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