September 25, 2009

Giardini di Mirò



Per la prima volta Giardini di Miròpubblicano un disco che ha un titolo in italiano così come le dodici tracce che lo compongono.
Non si tratta però dell’album “in” italiano atteso da molti e temuto da altri, bensì della musica composta dalla band per la sonorizzazione de Il Fuoco, film muto fresco di restauro diretto da Giovanni Pastrone(co-sceneggiato da Gabriele D’Annunzio) nel 1915 che, in quanto tale, si presenta come un lavoro strumentale.
Il Museo del Cinema di Torino ha commissionato ai Giardini di Mirò il compito di sonorizzare la pellicola senza immaginare quanto a cuore i ragazzi avrebbero preso l’iniziativa.
È ciò che la band stessa scrive sul sito ufficiale a farci capire il loro lvello di coinvolgimento in questa operazione:

“Il fuoco” non è solo un lavoro di sonorizzazione, è il nostro disco nuovo. Entra a tutti gli effetti nella nostra discografia insieme ai titoli precedenti, (…). Ci sono diversi motivi che spingono una band a pubblicare. Tra questi, la consapevolezza di avere raggiunto una nuova fase, un nuovo suono, una nuova alchimia di questi elementi.
Il primo passo verso un disco può essere vario. C’è chi parte da un viaggio, un incontro, una collaborazione, nel nostro caso tutto è iniziato da un film. Questa sonorizzazione, più o meno inconsapevolmente, è riuscita a tirar fuori qualcosa che va ben oltre al lavoro fatto per il museo del cinema nell’ottobre del 2006. Oggi Il Fuoco è un disco, ovvero tutt’altra storia…”

Il Fuoco, dunque, si presenta come un’opera sonora musicale senza soluzione di continuità e divisa, come il film, in tre parti: La Favilla, La Vampa e La Cenerea loro volta suddivise in dodici tracce totali.
Il suono è quello consolidato della band di Jukka Reverberi e Luca DiMira, dove le contaminazioni post-rock degli esordi cominciano a lasciare sempre più spazio ad aperture orchestrali e partiture maestosamente retrò.
Non ho visto il film e, di conseguenza, non ho idea di quanto l’opera extradiegetica di GdM si adatti al lavoro di Pastrone ma immagino che funzionando così bene anche in assenza della proiezione, il connubio non possa che amplificarne la suggestione.
Sono pezzi di musica di grande emotività ed emozione, che avvolgono l’ascoltatore in un bozzolo di visioni di sorprendente evocazione.
La prima parte, La Favilla (suddivisa in sette movimenti), inizia con un preludio microcomposto per svilupparsi in movimenti di implorante disperazione. Musiche da camera soggette alle più stranianti divagazioni narrative: dai malesseri esistenziali fino ai temi da funeral-band, avvicinandosi in qualche occasione agli svolgimenti dei maestri italiani del passato con Nino Rota in cima alla lista.
La fanno da padrone gli strumenti melodici, con suoni elettronici che si intrecciano con garbo e maestria ad orchestrazioni complesse, in un turbine di tensioni che operano al servizio di un immaginario (sia pure) avulso da quello in celluloide per il quale sono nate.
Su La Vampa (seconda parte suddivisa in tre movimenti) la musica raggiunge livelli altissimi di sensibilità, con progetti di scrittura che superano di molte misure lo standard cui GdM ci avevano abituato. Si comincia con una lunga traccia elettroacustica su una texturedi base ai limiti del rumorismo, necessaria all’inserimento di suoni leggeri ed evocativi, memori della scuola cosmica della Germania degli anni 70. Gli altri due movimenti, il secondo più aperto e squillante, il terzo più cupo ed inquieto, giungono a ricordarci che siamo al cospetto di un gruppo rock. Sono le chitarre a primeggiare su un tema musicale dove si incontrano prima delle ritmiche insistenti ed ossessive e poi dei rumori di acciaio e fuoco, suggellati da cambi di dinamica e di intensità sonora.
Per l’ultima parte, La Cenere (due movimenti) il gruppo ha impostato il lavoro come se fosse scandito dal battere del cuore di chi ascolta (o forse dei protagonisti del film). Nella prima parte una funerea melodia viene guidata dalla grancassa e dal pianoforte, lasciando che le chitarre e i fiati esprimano dolore e mestizia, mentre nella traccia conclusiva si insinuano dei glitch inquietanti che aumentano fino ad inabissarsi in un alienante tourbillon di suoni lancinanti e rumorosi.
La voglia di assistere alla proiezione (magari sonorizzata in diretta) è diventata una specie di urgenza alla quale suppongo mi sarà difficile sottrarmi.
Il disco sta girando in modo quasi ininterrotto da giorni, provocandomi le sensazioni potenti che solo la grande musica riesce a generare.
Si tratta, molto probabilmente, di una delle operazioni del genere più riuscite in assoluto ed in questo senso viene facile immaginare il motivo che ha spinto la band a crederci in maniera così intensa.

Giardini di Mirò

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