The Foreign Resort

The Foreign Resort hanno un nome profetico. Arrivano dalla Danimarca e pubblicano la versione in CD di Offshore, il loro album di debutto dal titolo altrettanto azzeccato, per l’etichetta di casa nostra BlackNutria.
Un progetto del quale, negli uffici vicentini, vanno molto fieri. In effetti si tratta di una formazione interessante, che porta un disco d’esordio davvero in grado di competere con le tendenze del momento.
Personalmente mi trovo a dovergli muovere le stesse critiche che ho riservato a The XX, ritenendo che le suddette tendenze del momento, ossia il giochino di riverenza nei confronti della new wave degli anni 80, abbia ormai fatto il suo tempo. Dopo il boom che ad inizio secolo ci ha consegnato band con evidenti riferimenti alla musica indie di vent’anni prima, io penso che sia un’attitudine che sta cominciando a perdere fascino.
Se è vero che The Cure sono stati tra le formazioni più seminali del pop rock, è necessario anche riconoscere che ormai non se ne può più di ascoltare giovani gruppi che li usano come modello.
Quando mancano le idee, rifugiarsi nel citazionismo può essere una soluzione vincente che molto spesso può far funzionare molto bene le cose. Ma è necessario riuscire a farne semplicemente un veicolo per la propria determinazione.
Dispiace quindi che The Foreign Resort, band con le cartucce giuste per farsi notare, nasconda una corposa qualità esecutiva, dietro ad un’ossessione un po’ troppo invadente per Robert Smith.
Eppure il brano d’apertura (The Starlit Sea) è un eccellente incipit: musica pop di ampio respiro, dove i danesi riescono a imporsi senza ricorrere troppo alle muse ispiratrici, con un senso di padronanza del pentagramma al servizio di un anthem di grande richiamo.
Dal secondo pezzo in avanti, ahimè, cominciano a farsi sentire i modelli di riferimento. The Head on the Door deve essere stato sul giradischi di mamma e papà a ripetizione mentre i componenti della band ricevevano le prime poppate. La musica dei Cure è talmente nel loro DNA da essere in grado di concepire canzoni solo come se a scriverle fosse stato Robert Smith.
A loro favore ci sono le tre o quattro differenti fasi nella carriera di The Cure che consentono a Offshore di diventare un album particolarmente eterogeneo nel quale il sapore dark di 17 Seconds e Faith prende forma in canzoni come Night, l’accidia acida di Pornography e The Top rivive con Lost My Way (in free download sul sito di BlackNutria) mentre la spensierata angoscia di Kiss Me Kiss Me Kiss Me riappare sotto le spoglie di Stars & Halo.
Francamente non capisco se si tratti di un tributo volontario o se il gruppo danese abbia una sincera convinzione riguardo la propria personalità.
Nel primo caso, aspetto il secondo capitolo con trepidante interesse. Nel secondo, suppongo che diventerà facilissimo dimenticarsi di loro.
Per il voto sto nel mezzo, comprendendo che provando ad estraniarsi della sua invadente ossessione di riferimento, l’album ha le carte in regola per convincere un nutrito pubblico.
Se non avete idea di chi siano The Cure, prendetelo al volo e godetene.
Se invece siete fans sfegatati, avvicinatevi con cautela.
The Foreign Resort
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