The XX

Ecco qui un’altra che si profila come next big thing del pop rock inglese.
L’ennesima, verrebbe da dire, anche se stavolta forse a ragion veduta e per due motivi: il primo è che il nome di The XX ha avuto un’evoluzione di popolarità tale da portarlo in poche settimane dai palchi polverosi dei pub di Londra a quelli più tecnicamente avanzati dei festival più rinomati del mondo, poi il fatto che il loro esordio discografico, abbia innegabilmente un certo fascino.
Certo, se si fossero evitati alcuni insistenti richiami ai famigerati 80’s sarebbe stato meglio, ma ormai sembra una condizione alla quale nessuna giovane band riesce più a rinunciare.
E questo un po’ (mi) dispiace soprattutto alla luce del fatto che mi sembra che il disco abbia subìto un’operazione ottantizzante su alcune canzoni che forse erano nate senza quel richiamo.
Certe volte è possibile immaginare chiaramente degli arrangiamenti alternativi e pensare che il flanger sul basso sia proprio una ricercatezza inutile e fastidiosa senza la quale avrei potuto dare anche un punticino in più nel voto.
Ciò nonostante The XX sono pronti per riempire le pagine della stampa specializzata e gli iPod di molti appassionati grazie a un gusto eccellente per la melodia.
Le canzoncine del loro disco scorrono come l’acqua fresca e alcune di loro s’insinuano nel cervello costringendo spesso a fischiettarle anche molte ore dopo averle ascoltate.
Basic Space, uscita anche su singolo, è in questo senso un piccolo bijoux, una di quelle canzoni che finisci per adorare smisuratamente.
Il genere è vicino a certo Trip-Hop anni 90 ma senza l’enfasi dei maestri del genere, lasciando che sia una strumentazione più elementare a prendersi carico di tutto l’apparato melodico dell’opera.
Per certi versi si respira anche un’aria Dubstep, che l’intuizione curiosa di sottrarre ogni riferimento al dancefloor rende particolarmente geniale.
Quando la band si sposta invece su territori revivalistici, a venire in mente non sono solamente i consueti Joy Division e The Cure (Heart Skipped A Beat fa una esemplare crasi dei metodi compositivi delle due band) ma anche i più ricercati Young Marble Giants e Cocteau Twins (soprattutto quelli del periodo Garlands) con un’elettronica garbata e semplice sulla quale si muove il duetto delle due voci principali della band.
Ciò che mi sembra più probabile è che i ragazzi (tutti giovanissimi attorno ai vent’anni) abbiano ascoltato molta musica (anche) del passato e che quella da loro prodotta finisca per risentirne in maniera quasi inevitabile. Qualcuno dovrebbe indirizzarli a trovare lo spazio in cui inserirsi tra la riverenza e il tributo, facendo emergere un’impronta che rischia altrimenti di rimanere in sottofondo.
D’altronde in qualche occasione ne escono in maniera egregia e sebbene Shelter abbia qualcosa di Everything But The Girl, la personalità di The XX riesce ad affiorare in maniera squisitamente naturale.
Lo stesso vale per il numero conclusivo (Stars) che coniuga un sapore sofficemente dark (vicino a certi Echo & The Bunnymen) ad una melodia giovane e moderna. L’arrangiamento, gestito dal basso ottuso e martellante, si limita a sparuti accordi di pianoforte ed a un controcanto della chitarra che conduce fino al verso finale sul quale li raggiunge una grancassa. Bello e pulito.
Un disco che non fa rumore per una band che… farà rumore.
The XX
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