March 9, 2010

F.I.N.E.


Questo tumblr finisce qui.
Nato per selezionare le recensioni di dischi presenti su FARD-ROCK, quando originariamente si occupava anche di altro.
Oggi che invece si occupa solo di musica e dischi, questa Selezione diventa ridondante ed inutile.
Continuate a seguirmi su http://fardrock.wordpress.com

December 22, 2009

VV.AA.

Common People - Brit Pop The Story Box-Set
Per tutti quelli che identificano il Britpop con Oasis e Blur, ecco qui una smentita sotto forma di triplo CD.
Common People. Britpop The Story è un viaggio completo ed esaustivo attraverso la corrente della musica britannica che negli anni 90 è riuscita ad abbinare la leggerezza del pop da classifica con l’attitudine tipica del rock’n’roll.
I nomi in causa comprendono i più rappresentativi del genere: Suede, Pulp, Elastica, Supergrass, The Bluetones, Shed Seven… ma non dimenticano nemmeno quelle band più oscure che non hanno raggiunto i fasti internazionali ma che hanno seminato altrettanto bene del Regno Unito. Sono certo che molti faranno fatica a ricordare i Marion Salad, i Rialto o i Powder ma nella dinamica di questo triplo disco hanno la concreta possibilità di dimostrare un’ influenza pari, se non maggiore, a quella dei colleghi più rinomati.
Molto più della superficie tracciata dalle band di Albarn e Gallagher, infatti, questo Common People (titolo mutuato dal grande successo dei Pulp) riesce a tracciare un grafico che ci porta (anche) al di là delle charts, mettendo in fila uno dietro l’altro, 54 brani in grado di illustrare un’epoca irripetibile.
Il bellissimo artwork del cofanetto comprende note di copertina scritte da Bob Stanley (illustre penna di Melody Maker) che completano un ottimo booklet che fa il verso a Select (indimenticata Bibbia del movimento) il cui numero dell’Aprile 1993, in cui campeggiava lo strillo “Yanks Go Home!”, è considerato come l’ufficiale start-up del Britpop.
Erano gli anni del Grunge e i britannici sapevano benissimo quanto fosse difficile tener testa ad un fenomeno come quello. Al contempo, erano anche consci del fatto che per riuscirci fosse necessario prenderne le distanze caratterizzandosi in modo diametralmente opposto.
Sicchè avvenne una specie di passo indietro funzionale alla riappropriazione di una inconfondibile britannicità che riportasse a galla il gusto per la musica Beat, per lo stile Mod e per la scintillante orecchiabilità dello yè-ye, riuscendo ad imporsi come la maggiore alternativa possibile.
Il triplo CD arriva fino alla naturale fusione con l’elettronica del trip-hop (con pezzi di St.Etienne e Dubstar) e permette, a bocce ferme, una valutazione sensata ad uno dei periodi più interessanti del pop inglese.
Inutile dire che se ci fossero stati anche Oasis e Blur (assenti per ragioni editoriali) l’opera sarebbe stata davvero completa. Ma forse in questo modo si ha maggiore possibilità di valutare il sound di un’epoca che entra ufficialmente tra le più influenti dell’intera storia della musica leggera.

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Guano Padano



E’ probabile che nemmeno loro si aspettassero un’accoglienza come quella che gli è stata riservata.
Guano Padano affiancano le parole “progetto” e “parallelo” solo per cause di forza maggiore. La ritmica, in mano a Zeno de Rossi e Danilo Gallo, è ormai una delle realtà più consolidate del jazz del nostro paese, creatori e promotori di una delle etichette indipendenti più prolifiche della scena italiana (El Gallo Rojo) oltre che musicisti instancabili, protagonisti di molteplici formazioni, di dischi a proprio nome oltre che avvezzi a infinite collaborazioni nelle aree più disparate, si sono trovati quasi per caso a fare… anche questa.
Zeno, che suona la sua batteria anche con Vinicio Capossela, ha incontrato Alessandro Stefana, per gli amici Asso (il chitarrista della band di Vinicio), e con lui, nella maniera naturale che da sempre lo contraddistingue, ha cominciato a sviluppare un progetto per la realizzazione di un album con atmosfere che riportassero tanto a Morricone quanto ai Calexico, per mano di una qualità espressiva che non potrebbe essere più convincente.
Musica senza tempo ma con precisi riferimenti temporali, localizzati nel periodo glorioso delle grandi sonorizzazioni, che vive in perfetta autonomia anche nella semplice dimensione auditiva.
De Rossi, Gallo e Stefana si divertono con grande impegno e producono un disco di respiro internazionale il quale, per l’appunto, esce per una etichetta americana a sottolineare la scadente lungimiranza della nostra discografia ormai allo sbando. Ciò nonostante l’album è orgogliosamente italiano ed in mezzo ad ospiti illustri dalle origini straniere (su tutti Gary Lucas e Chris Speed) mette in mostra un paio di leggende della nostra musica: Bobby Solo, in una convincente interpretazione di Ramblin’ Man e Alessandro Alessandroni, l’inconfondibile fischio delle storiche colonne sonore che Morricone creò per i film di Sergio Leone.
In aggiunta, non meno importanti, ci sono collaborazioni di Piero Bittolo Bon al sassofono, Alfonso Santimone all’organo, Riccardo Pittau alle trombe ed Enrico Gabrielli (Afterhours, Mariposa) per gli arrangiamenti degli archi (Stefano Roveda, Maria Vicentini e Daniela Savoldi).
Qualche momento che ricorda gli Shadows, qualcun altro che rallenta gli spy-theme dei Ventures alla maniera dei primi Portishead (El Divino) e moltissimi riferimenti alla nostra tradizione popolare con le divertenti radici nel nostro Liscio fino ai già citati riferimenti al cinema (più o meno illustre) del tempo che fu.
Guano Padano hanno realizzato un disco bellissimo.
Questo è quanto.

Dopo le feste in tour:

7 gen 2010 @ La Claque _Teatro della Tosse Genova
8 gen 2010 @ Circolo degli Artisti Roma
9 gen 2010 @ Clandestino Faenza
10 gen 2010 @ Porcupine Pub Ariano Polesine (Ro)
12 gen 2010 @ Metelkova Lubljana SLO
7 feb 2010 @ Magnolia Milano

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December 11, 2009

Tom Waits

Glitter and Doom Live

Una registrazione dal vivo, la terza ufficiale per Tom Waits, quella immortalata nel nuovo Glitter and Doom Live.
Si tratta di una specie di compilation, realizzata assemblando brani registrati in diverse città, in una sorta di tributo e ringraziamento alle località che hanno ospitato il tour del 2008 (un paio anche nella nostra Milano) e che dovrebbe (ma non ci riesce) sminuire il valore di un eccellente bootleg con la registrazione completa dello spettacolo del 7 Luglio ad Atlanta che ogni buon fan è riuscito a procurarsi qualche tempo fa.
Il gioco di Glitter and Doom Live, bizzarro ed anche un po’ azzardato, è quello di confezionare un doppio CD separando le canzoni dagli interventi parlati.
Chi ha visto Tom Waits in concerto conosce bene la sua loquacità. Chi lo va a sentire senza conoscere l’inglese, si perde sicuramente metà dello spettacolo. I suoi interventi discorsivi nascono per presentare le canzoni ma diventano spesso qualcos’altro: veri e propri momenti di teatro, qualche volta frutto dell’improvvisazione, altre volte sketch ben congeniati ed interpretati ad arte nei quali Tom racconta, diverte e si diverte, sottolineando le parole con note spruzzate sul pianoforte.
L’idea di separarli dalle canzoni e riunirli in un’unica lunga traccia (Tom Tales, circa 35 minuti) in un CD a sé stante (o in download gratuito per chi acquista il doppio LP in vinile) sembra dunque studiata ad arte per quelli di cui sopra che, non conoscendo a menadito la lingua, possono saltarli a piè pari concedendosi solo la parte con le canzoni, che gode del linguaggio internazione delle sette note.
Il disco con le canzoni contiene diciassette tracce, registrate in dieci città diverse, che cercano di coprire il più possibile la carriera di Waits senza andare mai troppo nel passato e portando Rain Dogs come evento più remoto (con una Singapore completamente riscritta).
Il resto dei brani vede un’imponente presenza delle canzoni della discografia più recente (da Real Gone, Bone Machine e il triplo Orphans) con un pezzo (Live Circus) che appare in questo disco per la prima volta sia pure sottolineato da un sapore d’altri tempi.
Glitter and Doom Live è un album sicuramente blues-oriented, sia pure con quel filtro inconfondibile che ha reso il sound di Tom Waits così prepotentemente peculiare e che dà spazio alla voce e alla poesia prima ancora che agli arrangiamenti, nella maggior parte dei casi scarni e di grana grossa. Ecco la ragione per la quale le atmosfere da ninna nanna di The Part You Throw Away (già su Blood Money) spiccano in modo particolare regalando un momento di ruvida magia.
Si tratta, comunque, di un lavoro per iniziati che, nonostante la caratteristica antologica, è assolutamente inadatto a chi non conoscendo l’autore intenda avvicinarsi alla sua musica.

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Moltheni



“Questo CD ha il sapore di un epilogo, era ora che facessi pace con me stesso e con alcuni vecchi brani. Sento il bisogno di staccare la spina, di porre fine alla routine. Non mi diverto più. Ho deciso di mettere in stand by Moltheni”.
Sono le parole di Umberto Giardini che, a dieci anni esatti dal suo esordio, prende armi, bagagli e spartiti e si ritira. Per un po’, a quanto pare. O almeno ce lo auguriamo, dal momento che si tratta di uno dei pochi cantautori di oggi ad avere qualcosa da dire.
Ingrediente Novus è la sua prima raccolta di successi che, come si può evincere dal titolo, vengono riproposti con nuove ricette e, in qualche occasione, con illustri ospiti a render loro omaggio.
Suona, a ben vedere, più che altro come uno spartiacque. Come se Moltheni più che all’epilogo pensasse al riassunto della prima puntata, ad un modo di fare tabula rasa prima di ricominciare da qualche altro punto che potrà essere identificato solo a colpi di ramazza sui detriti di ciò che è stato.
Emblematica, per capire tutte le amare riflessioni che hanno portato Moltheni a pronunciare le parole di cui sopra, è la rilettura solo strumentale di Eternamente, Nell’illusione di Te che qui cambia titolo in La Fine Della Discografia Italiana, Nell’illusione di Te.
Assieme all’album arriva anche un tour nei club di tutta l’Italia, dopo il quale Moltheni tornerà ad essere semplicemente Umberto.
Suppongo che sia questa manifesta caratteristica a rendere Ingrediente Novus particolarmente triste. Sentire Nutriente, così lontana da quella sentita in quel Sanremo di dieci anni fa, o L’età Migliore di poco diversa da quella di Toilette Memoria, lascia esterrefatti. Com’è possibile che così tanto talento porti solo frustrazioni? Perché a Moltheni non spetta la stessa sorte di Branduardi, Baglioni, Paoli o Battisti? Perché i suoi dischi non vanno dritti al numero uno della classifica? Colpa della discografia o del pubblico? Colpa di Moltheni? Domande che non hanno risposte. E’ così e basta. Forse a causa dei tempi che corrono, del solito cambiamento del modo di fruire la musica di oggigiorno, non si sa. Rimane il fatto che Moltheni ci lascia mettendo il dito nella piaga con un album che raccoglie degli autentici classici.
Del disco c’è poco da dire: chi conosce Moltheni non dovrà far altro che guardare la tracklist, gli altri non potranno che correre ai ripari in extremis, rendendosi conto che una qualità di scrittura di questo livello, in Italia è davvero rara.
Qualche testimonianza illustre arriva anche da alcuni colleghi giunti in prima persona a portare un contributo. Tra essi Mauro Pagani, Ilenia Volpe, che duetta nella nuova bellissima versione di In Centro All’orgoglio, Enrico Gabrielli (Afterhours) e Vasco Brondi (Le Luci della Centrale Elettrica) la cui rabbia, francamente, non sembra particolarmente adatta alla angoscia più tratteuta di Zona Monumentale.

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My Robot Friend

Soft-Core

L’idea di musica pop di My Robot Friend, al secolo Howard Rigberg, è piuttosto evidente: massimo risultato col minimo sforzo. Ma, attenzione: non è un difetto; se c’è talento, i mezzi son secondari.
Ad Howard piace la musica che i Kraftwerk hanno chiamato TecnhoPop e va pazzo per il SynthPop degli anni 80, da Soft Cell a Pet Shop Boys, ma non perde mai di vista una certa libertà espressiva estranea alle leggi di mercato.
Non è un caso, infatti, che parlando dei suoi dischi si tirino in ballo spesso nomi altisonanti (Can, Cluster, Yellow Magic Orchestra …) sebbene Rigberg faccia di tutto per abbassare il tiro. Il titolo del nuovo disco parla chiaro: Soft-Core. Come a definire, anche in musica, qualcosa di molto meno estremo e volutamente low-profile, in grado di accontentare platee vaste ed eterogenee.
Ecco il gioco: se è facile vantarsi per il proprio estremismo (Hard-Core, appunto) non lo è altrettanto mostrare orgoglio per la propria mediocrità.
Non parlo di modestia, qui il livello è diverso: Rigberg produce musica semplicissima, che potrebbe essere benissimo uscita da qualche applicazione tipo Fruity LoopsGarage Band, e ci rende partecipi della possibilità di creare canzoncine gradevolmente pop, senza necessariamente ricorrere a produttori di grido o a strumentazioni dilapidanti.
Sicché ecco che il suo Soft-Core appoggia il richiamo sulle ospitate vocali e se Antony Hegarty, l’ultima volta, aveva sdoganato il cantor gentile anche tra il pubblico delle discoteche (prima ancora di Hercules), stavolta a cantare sono venuti Dean Wareham (Galaxie 500, Luna…), Florian Senfter (AKA Spank! AKA Zombie Nation), Jay Kauffman, Outputmessage ma, soprattutto, c’è il gradito ritorno di Alison Moyet che in quest’ambito si ritrova dopo molti anni ad abbinare la sua calda vocalità alla musica elettronica, come a rinverdire i fasti dei suoi esordi con Yazoo. E… ragazzi: è un’emozione davvero!
Un disco senza pretenziosità che si ritrova pieno zeppo di groove irresistibili, pronto per scintillare nei party più esclusivi delle prossime festività.

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Bill Callahan

Sometimes I Wish We Were an Eagle

Da vedere, Bill Callahan è una via di mezzo tra Phil Ochs e David Bowie. Da sentire non c’entra nulla né con l’uno né con l’altro, sia pure lasciando intendere che qualcosa ha imparato da entrambi.
Il suo nome potrà anche dirvi poco difatti, sebbene questo Sometimes I Wish We Were An Eagle sia il suo tredicesimo album, è solo la seconda volta che lo utilizza dopo essersi nascosto per molto tempo dietro al moniker Smog.
La cosa strana è che l’acquisizione dei dati anagrafici sembrava volta a consacrare un cambio di direzione sui territori country folk espressi nel precedente Woke on a Whaleheart ed invece, a sorpresa, in questa occasione c’è un autentico ritorno alle atmosfere tipiche della produzione Smog.
Per una nota di gossip, che in questo periodo fa tanto chic, aggiungo che dietro alla scelta di abbandonare il vecchio alias pare ci sia Joanna Newsom ex compagna con la quale si suppone abbia mantenuto dei buoni rapporti data la presenza della sua arpa nel brano Rococo Zephir. L’atmosfera generale dell’album è pacata, intima e riflessiva, con momenti di lirismo eccellenti e arrangiamenti esili ma molto curati.
Non è, come immaginerete, un disco da tenere in cuffia mentre si fa spinning. E’, piuttosto, qualcosa di splendidamente adatto a certi pomeriggi di fine autunno nei quali ci si ritrova a casa con i termosifoni al massimo cercando di entrare nell’atmosfera natalizia che, in pochi giorni, ci sommergerà di cazzate, volenti o nolenti.
Difatti, sebbene sia uscito in primavera, Sometimes I Wish We Were an Eagle, comincia a suonare con una certa insistenza sul mio giradischi solamente adesso.
Meglio tardi che mai, qualcuno dirà, certo è che mi ci è voluto qualche grado in meno per riuscire ad apprezzare in pieno un disco che offre molto chiedendo davvero poco. Basta pigiare sul tasto Play e lasciarlo scorrere, senza pretendere chissà che. Solo così riuscirà a farsi apprezzare per le doti di semplicità e dolcezza con una quella vena di mestizia che riesce sempre a colpire il lato debole che sta in ognuno di noi.
La voce di Bill è calda come quella del giovane Leonard Cohen sia pure (non so come dire) più distaccata, quasi meccanica. Si muove con precisione ed eleganza sulle trame armoniche e sembra sia stata accordata come si fa col pianoforte. Per bizzarro che possa sembrare, questo è uno dei suoi maggiori pregi.
L’orchestrazione, cesellata ma mai eccessiva, è opera di Van Dyke Parks, e restituisce alle canzoni un’impronta da evergreen senza intaccarle minimamente di boria o ingombranti derivazioni.
Callahan si muove con parsimonia ma con convinzione, aggiungendo, semplicemente, nove bellissime ballate alla storia della musica pop e ignorare sarebbe peccato.

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Johnny Grieco



Sabato ho fatto un giretto al MEI. Una vera toccata e fuga per incontrare un po’ di gente e prendere accordi su alcuni progetti. Sarò rimasto un’ora a dir tanto… poi sono fuggito a gambe levate.
Niente in contrario al MEI, s’intende. Il problema è mio. Mi sento sempre a disagio in situazioni di quel genere, faccio fatica ad ingranare e mi adatto con difficoltà alla situazione.
Ad ogni modo, nel breve periodo di permanenza al MEI sono riuscito a parlare con le persone con cui avevo appuntamento, ho raccolto un po’ di soddisfazioni personali (di cui vi racconterò a tempo debito), ed ho anche incontrato un po’ di gente interessante.
Tra queste, in un fugace scambio di battute, anche Johnny Grieco. Ci eravamo sentiti via mail durante la preparazione di CHyberNation ma non ci eravamo mai incontrati di persona.
Mi ha lasciato il suo disco, Affanno D’artista.
Ad uso e consumo dei più giovani, è giusto ricordare che Grieco non è proprio un esordiente. La sua storia comincia addirittura negli anni 70. La sua band d’origine, i Dirty Action, a discapito di una discografia striminzita, ha lasciato davvero il segno.
Un po’ per proseguire col discorso fatto nei giorni scorsi, riguardo il fermento innovativo degli passati decenni, vale la pena ricordare che Dirty Action hanno sono stati tra i prime movers della scena punk italiana ed hanno prodotto musica libera ed indipendente per alcuni anni, portando la sua eco fino ai gioni nostri quando ancora escono riedizioni, tributi e remissaggi dei loro storici brani.
Il mio personale ricordo della band è legato alla primavera del 1980, quando aprirono per i Damned al cinema Orfeo di Milano. Un concerto mitico. Una furia meravigliosamente inquietante di punk rock. Ho visto il gestore (proprietario?) del cinema in lacrime affrontare il microfono e chiedere per favore di non distruggere le poltrone della sala. Una richiesta arrivata in impietoso ritardo, giacché le poltrone, almeno quelle delle prime cinque file, erano state già distrutte.
Altri tempi. Oggi non succederebbe più. Non perché i ragazzi siano diventati più assennati, quello no, però sicuramente un gestore di una sala, oggi, con i Damned farebbe togliere una decina di file di poltrone.
Ma veniamo ai giorni nostri. Johnny Grieco, come vi dicevo, mi ha consegnato il suo disco. Nei suoi occhi c’era l’entusiasmo di chi ha fatto qualcosa di importante. In due minuti di battute ho capito che per lui provavo una stima sincera, quella che si prova per chi se ne sbatte di tutto e di tutti e procede per la sua strada.
Affanno D’artista è un titolo che omaggia l’opera più famosa di Piero Manzoni (per altro oggetto di una delle tracce dell’album) dove la merda dell’originale viene sostituita con un sentimento di urgenza espressiva davvero efficace.
Grieco porta con sé tutto il suo bagaglio ma lo riflette in maniera sorprendentemente lucida. Un carico di cibernetica e rock’n’roll perfettamente dosati che allontanano da qualsiasi preconcetto portandoci a godere di uno spaccato sonoro dal potenziale molto elevato.
Quattordici canzoni originali, due ottime cover (Ziggy Stardust di Bowie e Rape Me dei Nirvana) più una bonus track, rendono Affanno D’artista un disco importante di quelli che mentre lo ascolti ti sale la rabbia perché pensi che dovrebbe essere questa la musica che trovi nei negozi. Viene il nervoso perché Johnny dovrebbe potersi godere gli allori di questo suo eccellente lavoro, senza doversi sbattere a distribuirlo copia per copia.
Certamente non è un disco adatto alla Hit Parade, ma il suo bacino d’utenza potrebbe essere talmente ampio da permettere al suo autore di prendersi qualche bella soddisfazione. C’è un’elettronica molto ricercata, a tratti scandita da una cassa in quattro, che sarebbe perfetta per i club, se solo i club nostrani avessero sufficiente lungimiranza.
La maggior parte dei testi è scritta e cantata in inglese, e questo potrebbe servire a far girare l’album anche fuori dai nostri confini.
Come ben sappiamo, però, un italiano che esula dal macchiettismo del tricolore non ha molte speranze di farcela all’estero. Nei paesi stranieri gli italiani funzionano solo se cantano le romanze e le melodie col mandolino. Difficilmente ci prendono sul serio quando cerchiamo di adeguarci a linguaggi che non sono propriamente nostri. Ma ciò non toglie che alcune volte dovrebbero quanto meno provarci. E questa è una di quelle volte. Sebbene, davvero, sarebbe già molto importante far girare questo disco qui da noi.
Quindi, riponete gli indugi e procutarevene una copia (richiedendola attraverso il MySpace di Johnny) e poi… passate parola.

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November 26, 2009

The Flaming Lips

Embryonic

The Flaming Lips rappresentano, probabilmente, la più incauta e radicale manifestazione del concetto di outsider.
I loro dischi, sempre esageratamente ambiziosi, dividono critica e pubblico come quelli di pochi altri.
La nuova pubblicazione, il doppio Embryonic, è qualcosa di sconvolgente. Ognuno di voi potrà decidere dove collocare questa definizione, optando con noncurante indifferenza tra l’accezione positiva e quella negativa.
Non potrà, in ogni caso, lasciarvi inermi.
Embryonic si manifesta con un incipit dal sapore retrò ma senza coordinate precise. Fa riferimento tanto ai Pink Floyd di Syd Barret quanto ai Kraftwerk più minimali.
Psichedelia, electro, accenni di funk, voci ritardate, effetti elettronici, chitarre in larsen, wha wha in stile Temptations e gorgoglii rubati agli Iron Butterfly creano paesaggi grotteschi, che in certi momenti ricordano anche i Radiohead del periodo sperimentale per poi affacciarsi su superfici (umma)gommose che convergono in depressioni art-rock invasive e rumoriste.
Poi, già nel terzo brano (Evil), la situazione si fa più chiara e le iconografie psichedeliche presentate in apertura, cominciano ad ammiccare prepotentemente al passato ed alla corrente sperimentale più lisergica, con Roger Waters su una spalla e Holger Kzukay su quell’altra in una soluzione che sembra ricondurre a Tago Mago come risposta inefficace a The Dark Side of The Moon.
Stavolta The Flaming Lips sono riusciti nell’intento (fallito coi due precedenti episodi Yoshimi Battles The Pink Robot e  At War With The Mystics) di riportare ai massimi livelli una sperimentazione tipicamente rock che la storia del genere non aveva più consentito da molti anni.
Sebbene infarcita di citazioni palpabili (c’è un pezzo intitolato If, manifesto già nel titolo) la costruzione di Embryonic appare finalmente sincera. Ciò che contiene è (o almeno sembra) l’autentico frutto di una liberazione sonora, che rintraccia le sue origini nella libera interpretazione dell’improvvisazione.
Il basso suona sempre rigidamente asciutto e accompagna trame melodiche striminzite e borbottanti che non dimenticano (quasi) mai di seminare tracce emozionanti.
Powerless, probabilmente il numero più complesso del pacchetto, si arricchisce di sonorità glitch che annullano qualsiasi precedente e contiene un assolo di chitarra bislacco, su una corda sola e magnificamente sgraziato, che disorienta e affascina nello stesso tempo.
Un disco d’arte, un mostruoso compendio di melodia e sperimentazione che ha forse solo il difetto della sovrabbondanza che si sarebbe potuto evitare togliendo qualche traccia di dubbio valore (l’orrenda The Impulse, per esempio avrebbero fatto bene a regalarla agli Air) e magari limando qualche lungaggine che rende l’operazione solo inutilmente più ostica (Virgo Self-Esteem Broadcast e Sagittarius Silver Announcement sono francamente in eccesso e dispiace pensare che esistano solo per giustificare l’esigenza di pubblicare un doppio album).
Ciò nonostante, diamo con piacere il bentornato a Wayne Coyne che sembra essere di nuovo propenso a concentrarsi sulla musica abbandonando (temporaneamente?) i deliri da cineasta.

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Vic Chesnutt

Skitter on Take Off
Io e Tommy Larkin, il mio batterista, stavamo sul furgone per un tour negli Stati Uniti quando gli ho detto: “Sai, credo che dovremmo produrre il prossimo album di Vic Chesnutt” e lui mi ha detto che stava pensando alla stessa cosa. Entrambi sapevamo che il modo migliore di ascoltare Vic, è Vic stesso, senza molte cose aggiunte.
Niente arrangiamenti sontuosi, niente assoli di chitarra di illustri ospiti, nessun approccio ironico che possa oscurare la sua voce e la sua poesia.

Il suo formidabile modo accompagnarsi alla chitarra era l’unica cosa che ci interessava valorizzare perché crediamo che non ci sia davvero bisogno d’altro.
Io e Tommy abbiamo condiviso il palco con Vic parecchie volte e ci piace molto.
Per questo  siamo davvero orgogliosi di come è venuto Skitter on Take Off  anche per essere riusciti a fare a modo nostro. Ci sono canzoni nuovissime, con poche ore di vita e qualcuna, addirittura, credo sia nata proprio mentre il registratore la riprendeva.
 

Sono parole di Jonathan Richman, vecchia volpe del rock-pop-folk americano, produttore di un disco molto rischioso a causa di due peculiarità davvero ingombranti.
La prima è senza dubbio quella, descritta da Richman stesso, di proporre un disco scarnissimo e ridotto all’osso e l’altra è quella di uscire a pochi mesi di distanza da At The Cut che invece si presentava ricco di musicisti e di costruzione (e che tra l’altro risulta come ultima release ufficiale nel sito di Chesnutt).
Il parere del sottoscritto è che questo bisogno di togliere, così vantato dai produttori, alla fine non giochi del tutto a favore dell’album.
Skitter non risulta solo spoglio ma anche denutrito. E’ un piccolo momento di intimità di Vic con la sua musica, con qualche egregio esempio di buona scrittura ma con anche qualche cedimento di creatività, lasciato cadere nel vuoto più assoluto.
L’idea potrebbe sembrare buona, visto che in generale Chesnutt è riuscito a farsi apprezzare per il gusto della sottrazione, eppure stavolta sembra che abbia sottratto un po’ troppo.
Queste nove canzoni mettono in scena un disco che più che solista è solitario, che suona desolante più che intimista.
Man mano che i pezzi scorrono si capisce che l’intento è proprio quello di mettere in scena il vuoto, il deserto dell’anima, la solitudine e l’angoscia.
Traballando in qualche occasione, tutto viene messo in gioco con devastante onestà.
Non si tratta di un altro capolavoro di Vic Chesnutt, tutt’altro.
Sembra, più semplicemente, un momento di meditazione incauta e fiera, messo a disposizione di chiunque voglia condividerlo.

Skitter on Take-Off non è un disco da ascoltare e basta. O si è disposti a viverlo intensamente, scendendo anche a patti con la sua scarna crudeltà, oppure è meglio lasciare perdere.
Contiene momenti superlativi (Rips in the Fabric) ed altri un po’ meno riusciti (Dick Cheney) per i quali l’autore e l’interprete non sono per nulla secondari al valore dell’opera.
Operazioni di questo genere sono (purtroppo) consentite solo ad artisti già affermati. Se non altro Vic ha avuto il buon gusto di rilasciare Skitter a pochi mesi di distanza da un album molto più interessante come At The Cut.
Avesse avuto anche quello di regalarlo, avrebbe fatto davvero la cosa giusta. Così invece…

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